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Pacchi postali con soprastampa falsa e originale

Circolano sul mercato filatelico, a mio parere provenienti dalla Germania, francobolli originali con soprastampe false. Mostro ai lettori dell’ ACS il valore da me bocciato appartenente alla serie del 1890 ...

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Pontificio ancora falsi

Da Roma tre esemplari di Pontificio sottopostimi a verifica e bocciati come falsi: Esemplare da Cent. 40 , non dentellato, falso perché rappresenta la posizione 10 del pannello di destra dei ...

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Tariffario (in vigore)

Tariffario (in vigore)

Vi mettiamo a disposizione due utili documenti. Per scaricarli, cliccate sul loro titolo. Lettera d'incarico per perizia Avvertenze importanti per le perizie filateliche   GLI  ONORARI PROFESSIONALI per  la verifica dei  francobolli e della storia ...

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Biografia

Mario Merone nasce a Sant'Anastasia (Napoli) il 1938. Sposato, senza figli, ha dedicato la sua vita lavorativa  all'ingegneria civile sia da libero professionista sia da imprenditore edile. A ...

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Effigie di Napoleone terzo

Il francobollo che posto, mi è stato appena inviato in visione da un Amico perché lo veda ed esprima il mio parere. Vorrebbe regalare alla piccola nipotina un bello oggetto, originale e di pregio.
Trattasi dell’1 franco, carminio, effigie di Napoleone III, del 1853, falso e con annullamento falso, dichiarato soltanto pochi
 giorni fa, originale con il suo annullo ed in ottimo stato di conservazione. Dove comincia l’onestà del commerciante e dove finisce la buona fede del perito, mi sono chiesto?

    

Con quanta facilità si dichiarano, questi piccoli pezzetti di carta,  originali ? Possibile che un perito, anziano di mestiere, non s’accorga che l’oggetto che onora della sua sigla, è falso? Possibile che il perito agisca sempre in buona fede?Firma così facilmente solo per la vile pecunia? Questa volta non ho voluto crederci e perciò ho deciso di mostrare anche il certificato rilasciato.

Per i collezionisti, invece, mostro, perché notino le differenze, il particolare del francobollo originale, a sinistra,  e lo stesso particolare del francobollo bocciato, a destra.

Invierò. con le mie scuse per la brutta notizia, l’esemplare all’Amico e ancora una volta non chiederò alcun onorario. Mi manca il coraggio.

Gli auguro solo di essere più oculato la prossima volta.

Certificazione per Croce e delizia

Questa è la certificazione che ho rilasciato al proprietario della Croce usata con ampio bordo di foglio.

Certificazione negativa 

Mi è stata data da esaminare la Croce, che posto ingrandita, unitamente al certificato che ne attesta la originalità. Mi è stato chiesto di esprimere il parere tecnico, motivato con dettagli, ove mai non dovessi concordare per giudizio con l’altro perito.  Alla fine del lavoro ho bocciato la Croce e rilascio il presente Certificato negativo nel quale espongo le motivazioni che mi hanno portato così a concludere.

Le motivazioni riguardano  il verso, cioè il supporto cartaceo, e la vignetta al recto, cioè il disegno della Croce.   

Poiché l’allegato certificato descrive l’esemplare difettoso ma di buono aspetto, ritenendo che i difetti possano riscontrarsi sul supporto cartaceo, passo ad esaminare prima il verso della Croce.  

La sola indagine visiva e il semplice ausilio di un lentino Peak a forti ingrandimenti, da 10 o 30, mostra una vasta area di assottigliamento al centro e punti bianchi in trasparenza.

Per questi soli difetti, utilizzando la normale terminologia filatelica, il perito, nella descrizione dell’esemplare, per me avrebbe dovuto così riportare: “Il francobollo, difettoso per assottigliamento sul lato sinistro in corrispondenza dell’angolo inferiore, e per la presenza di una vasta area abrasa al centro in corrispondenza della Croce, pur mostrando punti chiari in trasparenza, è originale.” 

In conclusione ritengo il certificato con la sua descrizione, per quanto attiene il solo verso del bollo, molto approssimativo, poco realistico e evasivo tanto da ingannare l’acquirente poco esperto.

   

 

Preciso anche che il supporto cartaceo, controluce, mostra, sul lato destro, una parte del giglio in filigrana e che il lato destro e l’inferiore sono spessi  0,11 inch/mm. Il lato superiore, invece, ha uno spessore maggiore per l’applicazione di una linguella, mentre lo spessore della parte centrale è variabile per la aggiunta, in qualche punto, di pasta di carta.

 


Vengo ora al recto dell’esemplare che fu stampato in calcografia.

Chiunque, se solo si avvicinasse anche per la prima volta a questo classico bollo, capirebbe, dall’ampio bordo bianco posto a destra, di avere tra le mani un esemplare che senz’altro deve occupare l’ultima colonna del foglio stampato. Se quindi ne chiedesse il posizionamento originario sul foglio delle 100 riproduzioni altrimenti detto plattaggio, necessariamente si aspetterebbe di dover leggere nella relazione che l’esemplare acquistato occuperebbe una delle posizioni da 10, 20 , 30, …., 100, appartenenti appunto all’ultima colonna.

La Croce, infatti, fu ottenuta utilizzando la metà della seconda tavola del ½ grano che nel suo insieme era costituita da 200 riproduzioni. Fu l’incisore Pasquale Amendola che eliminò gli emblemi borbonici riportati sul ½ grano, lasciando che in molti si vedessero particolari dei gigli, del Cavallo sfrenato e delle gambe della Trinacria. Successivamente nelle 100 riproduzioni segnò i contorni della Croce con sottili linee orizzontali e verticali che poi non eliminò. Ripassò, perché fossero evidenziate, le linee della Croce e incise le linee verticali dei cantoni, dodici in media per ognuno. In tantissime delle riproduzioni le linee verticali hanno spessore variabile e non sempre sono tra loro parallele. Non si utilizzarono sempre coppie di righelli vincolati in maniera ortogonale ma tante volte si fece ricorso al semplice regolo, più maneggevole, oppure si ricorse al disegno a mano libera.

Queste linee verticali tante volte si ritrovano fuori del cerchio sia a destra che a sinistra di Posta o in altri punti e qualche volta non toccano le orizzontali della Croce o superano anche la linea orizzontale della stessa. In taluni casi le verticali sono anche in numero maggiore o minore di dodici.

Per la stampa si utilizzò la metà sinistra di detta tavola.

I fogli filigranati con le barbe laterali, utilizzati per la stampa del ½ grano che misuravano circa 48,5 x 28,5 cm, vennero divisi a metà per la stampa della Croce ed essi furono tutti utilizzati.

Per questo motivo, per una metà dei fogli, l’ultima colonna, la decima, delle Croci mostra, in trasparenza, la filigrana traliccio o la cornice con la dicitura Bolli postali ma anche la linea di riquadro.

Per l’altra metà dei fogli, invece, le Croci mostrano la filigrana traliccio negli esemplari della prima colonna.

Il Museo Britannico che conservava 87 riproduzioni originali, delle quali 81 erano diverse tra loro nei particolari, concesse ad Emilio Diena di estrarne copie fotografiche. Queste, poste a confronto con i pochi blocchi e strisce o coppie che poté recuperare  dai collezionisti dell’epoca, gli consentirono di poter affermare che soltanto cento riproduzioni, l’una diversa dall’altro, componevano l’intera provvista che restò anche unica. Descrisse minuziosamente le 100 posizioni, e soltanto ad esse gli studiosi in genere, e i periti, in particolare, ricorrono per accertarne l’originalità. Di esse si avvalgono per descrivere le eventuali manipolazioni che esse potrebbero aver subite nel tempo.

Essendo il pregevole studio sulle Croci di Emilio Diena la Bibbia per i collezionisti, logicamente le Croci che si discostino dalle posizioni descritte devono essere dichiarate necessariamente false.

Ritorniamo al caso in esame:

 La Croce è manipolatissima e con ampio bordo di foglio laterale che la collocherebbe nella posizioni da 10 a 100.  Le linee verticali dei cantoni la collocherebbero alla posizione 82 del plattaggio di Diena. La battuta della rulletta destra e dell’angolo superiore destro alto è dissimile dalla originale. Mancano all’interno della croce i gigli al centro della Croce, il cavallo sfrenato nel braccio sinistro e la Trinacria è parzialmente riportata nel braccio destro. Questi segni nella posizione 82 invece non furono completamente raschiati. Vi sono poi gli aloni colorati tra le due circonferenze che nell’originale sono inesistenti, così come non dovrebbero esistere le macchie colorate tra la circonferenza esterna e la linea di cornice a sinistra e sul bordo alto sinistro. La B di Bollo è ridipinta. Molte linee dei cantoni sono ridipinte come la prima del quarto che nell’originale è curva al centro. Vi sono poi tante altre anomalie che riguardano anche T e G e tante altre ancora.

 

Perché l’esemplare ha un ampio margine a destra? Escludo categoricamente che al supporto vi sia stata un’aggiunta di carta come di solito avviene per i valori di pregio già difettosi che si manipolano. 

Cioè escludo che l’esemplare sia stato rifoderato in quanto non c’è soluzione di continuità nelle fibre della pasta di carta.

Escludo anche che il supporto cartaceo fosse in origine interessato dalla stampa di un esemplare completo e di un altro parziale. Alla lampada di Wood, il bordo è assolutamente liscio e non presenta graffi né segni particolari.

Concludo riportando ancora che le macchie su DELLA e sulle rullette non debbono considerarsi alla stregua delle macchie parassite calcografiche e che la T, è stata copiata dalla stessa lettera della posizione 82 ma si discosta completamente ed è stata posta anche più in basso.

In conclusione posso senz’altro affermare che il supporto cartaceo originale sia appartenuto alle provviste dell’1 grano della prima o della seconda tavola e che un abile falsificatore, di epoca successiva a De Sperati, l’abbia prima decolorato e successivamente vi abbia ridipinto la Croce 82. 

 L’insieme senz’altro fu eseguito da un falsario poco esperto di filatelia tanto da ignorare che per questi bolli classici si è sempre fatto ricorso al plattaggio sia per individuarne l’originalità sia per avere il suo posizionamento nel foglio. Basti ricordare che fino ad un trentennio fa quando esistevano Periti di grido, gli stessi esprimevano il parere sull’originalità di alcune soprastampe, comparando le soprastampe di pezzi unici con altre riportate su esemplari di basso costo, e ove mai non avessero ravvisato la perfetta corrispondenza delle soprastampe, bocciavano i valori in esame.

In conclusione, sulla scorta di tutto quanto sopra riportato, affermo che l’esemplare è soltanto avvicinabile alla posizione 82 delle 100 riproduzioni descritte da Emilio Diena, ma non è la vera originale posizione 82, e che l’insieme è completamente falso. 

Rilascio, perciò, la presente certificazione negativa che firmo.

Sant’Anastasia, lì 03 luglio 2015                                       

                                                                                                      ing. Mario Merone

Croce e delizia

Il solito cancan appena boccio qualche valore classico e lo pubblicizzo. Un numero notevole di collezionisti interviene forse per vedere se remo contro qualche perito? Perché dovrei farlo?  Sarei meschino se lo facessi, pur ammettendo di essere sempre, correttamente, dalla parte del collezionista. Vengo ora al dunque. Pochi giorni fa un Amico collezionista trovandosi al mio studio, notò che ero alle prese con delle fotocopie di alcune Croci che mi accingevo a bocciare. Restò perplesso e mi chiese di riguardarne una, di sua proprietà, acquistata pochi mesi prima che era certificata, da perito di pregiata fama, come originale ma riparata. Risposi che non ritenevo fosse il caso in quanto all’istante gli dissi che il nome era di grande garanzia. Dietro sua insistenza gli risposi: Mi messaggi il bollo avanti retro. Dopo poche ore sul mio cellulare arrivò l”immagine che posto.

 

Una Croce brutta.  Confesso che mi scandalizzai, e la postai sul Forum di Filateliaefrancobolli, dove di solito intervengo, e  aggiunsi:

“ Non posso dormire. Osservo questa Croce che mi è stata appena inviata. Mi è stato detto che è allegato un certificato che la descrive originale ma riparata. Vorrei dormire, ma il sonno mi è completamente passato. Si può definire questa ” ciofeca” originale, sebbene riparata? “

Al mattino aggiunsi ;” Questa mattina mi è stato inviato, via mail, anche il prestigioso certificato. La croce tutti la visionano ma nessuno interviene. RESTA UNA GANDE CIOFECA. Come dirlo all’attuale proprietario? “ 

 L’intervento di Antonello mi tranquillizzò:  Ciao Mario, c’è poco da aggiungere… Per avere il quadro completo, manca solo il nome del perito che – con un invidiabile coraggio   – ha rilasciato il certificato. Al cliente digli che è “diversamente originale”.

Seguì l’intervento dell’Amico Luigi: 

“La foto postata da Mario Merone lascia un poco a desiderare..  eccovi una immagine …migliore. Meno male che il certificato è piuttosto recente altrimenti qualcuno,
iscritto anche sul forum potrebbe tacciare Mario di … sciacallaggio
nei confronti dell’estensore del certificato…. “

 

Aggiunse poi, appena lo ringraziai per aver corretto la gradazione dell’immagine: “ Mario, non ho corretto niente… Ho i due file in archivio dall’aprile 2012 ma non ho annotato la provenienza…”.

Premesso che non remo, né, in vita mia, mai ho remato contro qualcuno, a seguito dell’intervento di Luigi ricordai che nel 2012 avevo bocciato una Croce. Era la stessa?

EccoVi l’intervento di pasfil, l’Amico Pietro, che mi ricordò il link:

“ Ciao Mario, confermo che Luigi non ha corretto i colori, in quanto questa “patacca” venne postata da me sul forum qualche tempo fa, ma con sorpresa oggi leggo delle diverse opinioni rispetto quelle espresse allora  …senza alcuna polemica. Riporto il link a conferma:  viewtopic.php?f=147&t=25942  “.

Riporto anche il certificato:

Un numero alto di interventi seguirono quelli che ho riportato, mentre in queste ultime fasi ho deciso di zittire. Già, involontariamente, gravi danni avevo arrecato.  Ho bocciato oggi la Croce riferendolo all’attuale proprietario. Ripeto ancora che la medesima la bocciai anche nell’aprile del 2012. All’epoca articolai specificatamente i motivi della bocciatura. Al link rimando Voi tutti perché prendiate nota. Mi resta, però, l’amaro di dover constatare oggi che, benché si sia tanto parlato nel lontano aprile 2012, ancora la croce circola sul mercato filatelico con la medesima certificazione che non è stata né rivista né corretta, né aggiornata.

Quando le Poste funzionavano

Le prime forme di rappresentanza sindacale nacquero nella Gran Bretagna nel primo ventennio del 1800. Esse miravano a rendere sopportabili le condizioni dei lavoratori, restando, però, molto deboli per oltre un cinquantennio fino intorno all’anno 1870.  Dalla Gran Bretagna queste rappresentanze si estesero anche nell’Europa.  In Italia  il 1870 cominciarono a formarsi  delle strutture sindacali embrionali  di scarsa rilevanza e soltanto  nel 1890  sorse la prima camera del lavoro a Torino.

Non vi erano tutele per i lavoratori. Gli anni erano difficili e la miseria imperava. Con essa proliferava l’ignoranza e una minoranza di cittadini sapeva leggere e scrivere. A questi, però, che si servivano dei servizi delle poste dell’epoca,  non erano riservate sorprese. Infatti tutti gli impiegati, o quasi, facevano, con diligenza, il proprio dovere e svolgevano con dedizione il proprio lavoro. Non vi era l’assistenza sanitaria ma neppure vi erano medici accomodanti che prescrivevano lunghi periodi di riposo per malattia se non nei casi di stretta necessità. Si rispettava e si era rispettati e chi mancava di educazione, o non rispettava i ruoli, era punito severamente e anche con ammende pecuniarie. Non erano calendarizzati lunghi ponti festivi e  le festività comandate venivano onorate anche con la coscienza lavorativa di ciascuno. Non esisteva la festa dei lavoratori o, se esisteva, il giorno 1 maggio tutti gli uffici funzionavano regolarmente. Anzi possiamo dire funzionavano meravigliosamente se una lettera spedita da Cava dei Tirreni il giorno 1 maggio 1864, domenica,   e indirizzata erroneamente a Minori, già il giorno successivo fu recapitata al destinatario che risiedeva a Majori, comune limitrofo.

  

Con l’inizio del ventesimo secolo aumentarono le tutele per i lavoratori. Comunque , però, gli uffici rimanevano aperti nelle festività comandate ed il giorno 1 gennaio del 1900, lunedi, la corrispondenza si inoltrò regolarmente. Lo prova la lettera che dal piccolo comune dell’avellinese, Conza della Campania, venne inviata a Salza Irpina dove giunse regolarmente il giorno successivo.

  

A chi non faceva completamente il proprio dovere,   a chi si assentava senza giusti motivi , a chi, comunque, infrangeva il Regolamento,  l’Amministrazione elevava pesanti sanzioni come mostra il mod. 162  che allego.

Oggi con le assunzioni a tempo indeterminato, con la  tutela dell’art. 18, con la eliminazione delle ammende a vario titolo, con la chiusura degli uffici nelle festività comandate,  possiamo dire che le Poste funzionano ancora bene  se , come mostra la lettera che allego avanti- retro, un plico spedito dalla Provincia di Torino e destinato ad una località della Provincia di Napoli, impiega ben cinque giorni e resta in lavorazione nei vari uffici ancora otto giorni prima di essere consegnata al destinatario?

   

Province Napoletane, rarità di settore

EccoVi una grande rarità. La lettera parte da Napoli il 31 marzo per Palmi. E’ affrancata con il 2 grana delle Province Napoletane, azzurro, ed ha la particolarità che l’effigie del Re fu impressa ben tre volte sul francobollo. Una impressione è molto netta ed è al centro dell’ovale, Le altre due sono poco impresse e  ben distanziate dalla prima;  l’una trovasi in basso a sinistra dell’ovale e  l’altra, sempre a sinistra dell’ovale, trovasi più in alto della prima impressione. Essa interessa in alto l’ovale sottile interno e il triangolo mistilineo di sinistra. Nella terza figura  le tre linee nere evidenziano la posizione delle tre effigi. Ripeto ancora che le tre effigi sono discoste  tra loro. Del 2 grana, finora erano noti soltanto un valore usato sciolto ed un valore su lettera viaggiata.

 

           

Regno d’Italia – Servizio di Stato con Soprastampa capovolta falsa

Mi è stato appena mostrato, via mail, da un noto commerciante napoletano. Lo avrei certificato se solo  avessi dato la certezza dell’ originalità della soprastampa. L’ho bocciato ed ho avuto il benestare di porlo sul mio sito perché altri collezionisti prendano nota e non cadano nei tranelli  tesi da commercianti spesso poco scrupolosi.  La falsificazione della soprastampa neppure è pericolosa ed in essa  nemmeno vengono accennate le caratteristiche peculiari delle soprastampe originali. Si può notare infatti che la terza riga dal basso del valore mostrato inizia con un leggero arrotondamento mentre nell’originale  essa inizia sempre con una punta aguzza.

Cinquantenario della morte di Alessandro Manzoni

Mi è stato  dato da certificare il seguente valore: lire 5  della serie, nuovo con gomma integra.

Lo boccerò perché il valore presenta una pessima dentellatura su tutti i quattro lati. Mi sono chiesto, però, che provenienza possa avere questo brutto esemplare, ridentellato da qualche professionista, truffatore, poco accorto e in possesso di un perforatore del tutto inidoneo al caso in esame. I fori, infatti, sono piccoli, non dello stesso diametro, e i cilindri metallici strappano il supporto cartaceo. L’esemplare ha una provenienza capitolina? partenopea? milanese? Ne vedrò altri? Ho deciso di descriverlo sul mio sito sperando di fare cosa grata ai collezionisti. Nel contempo, però, mi auguro anche che ciò  consenta loro, spesso poco esperti, di essere più oculati nei propri acquisti e soprattutto di evitare di cadere nelle maglie di questi lestofanti. Per questi motivi posto i particolari delle quattro dentellature confrontate con le analoghe di un francobollo perfetto ed originale.

 figura 1  A destra in valore ridentellato, a sinistra l’originale.

   fig. 2 – Dentellatura destra del francobollo ridentellato.

   fig. 3 – Dentellatura sinistra del francobollo ridentellato.

 fig. 4 – Dentellatura bassa del francobollo ridentellato

  fig. 5 – Dentellatura alta del francobollo ridentellato

Lettera da tassare?

Da studioso di Storia postale del Regno di Napoli mostro la lettera spedita da Lucera il 14 gennaio 1860 per Napoli. Il contenuto del testo  arrivato fino ai giorni nostri riporta che tale Giuseppe M. Tomati, dell’Ordine dei frati minori conventuali, ordine mendicante di diritto pontificio,  presso il collegio di Lucera, avverte il Sacerdote Raffaele Ventapane, Consigliere dell’opera della Sacra Infanzia di Napoli, di avere lasciato, al padre Paradisi al Gesù Nuovo, delle fedi di credito, di pari valore di tutto quanto fu raccolto l’anno precedente a beneficio della Sacra Infanzia.

    

Il Consigliere sunnominato reggeva  anche il  Vice Rettorato della Chiesa dei Cinesi, cosi chiamata perché localizzata nrella zona detta dei Cinesi, sulla strada, a Napoli,  che da Borgo Vergini porta a Capodimonte. La chiesa originariamente apparteneva ai monaci dell’Ordine degli Olivetani e ad essa collegata  vi era un piccolo immobile sacro, l’Arciconfraternita dell’Assunta ai Cinesi che aveva in cura la Sacra Infanzia.

La lettera fu postalizzata a Lucera e per la sua spedizione il mittente non pagò alcuna tassa né il dirigente  di tale ufficio postale ritenne di doverla tassare. Egli , forse, conosceva a menadito tutte le disposizioni che riguardavano la tassazione  delle lettere cosi come erano riportate nei vari decreti reali emanati. Perciò, conoscendo la posizione sociale del mittente, tracciò, di suo pugno, due linee diagonali sul fronte della lettera per dimostrare che essa godeva della totale franchigia.

Normavano, all’epoca,  le franchigie  delle lettere ” Le Istruzioni Generali pel Servizio della Posta delle lettere “, stampate a Napoli nel 1809 che riportavano il decreto  di Gioacchino Napoleone del 1 settembre 1809. Questo decreto, già all’epoca, disciplinava la franchigia delle lettere e indicava tutti coloro che potevano godere di tale beneficio.

Bernvero esso non contemplava la franchigia di privilegio personale di Sua Maesta; né le tante disposizioni emanate con i successivi decreti ovviarono a tale deficienza. Nè questo decreto, napoleonico, lasciava benefici agli ordini minori conventuali che, invece, osteggiava.

Fu soltanto il Re Ferdinando  che  ritenne  questa mancanza un serio problema per tutti gli ordini  poveri della città., e, con il decreto n. 3028 del 23 giugno 1856,  regolamentò definitivamente lo stato generale delle franchigie delle lettere:  In esso incluse anche  la franchigia di suo privilegio per gli ordini religiosi cappuccini, osservanti e riformati e per tutti gli altri poveri.

La lettera raggiunse la Capitale del Regno. Quì il dirigente l’ufficio centrale non riconobbe che il destinatario potesse godere della franchigia. Infatti questo privilegio riguardava sì gli ordini minori ma soltanto per le corrispondenze ada essi e ad essi inviate purché non eccedessero il mezzo foglio. Con la lettera in esame, invece, don Giuseppe M. Tomati aveva utilizzato un foglio intero e per questo motivo il verificatore tassò la lettera con 3 grana che manoscrisse, con inchiostro azzurro, al recto e appose sul fronte l’ovoide AGDP che veniva utilizzato  nella Capitale per tutte le lettere tassate in arrivo.  Al verso poi bollò la missiva con un bollo circolare, con datario del solo giorno e mese, abbreviato, al centro e con l’anno in basso, di piccole dimensioni e con due fregi a croce ai lati. Anche questo tipo di bollo veniva utilizzato soltanto per le lettere arrivate tassate in arrivo.

Impreziosisce l’insieme  l’annullo verde borbonico di Lucera, tra le pochissime officine del Regno che utilizzarono tale colore.

 

L’epoca dei dirigibili

L’inizio del ventesimo secolo fu l’era del dirigibile. Questo venne utilizzato in campo civile e in quello militare. L’occasione oggi, mi viene dalle due belle foto che ritraggono il dirigibile M. 1 all’atterraggio dell’aeroscalo di Vigna di Valle,  a Roma, nel 1919.

Brevi cenni storici, senza entrare nello specifico scientifico,  li ritengo, perciò, necessari ed anche utili prima di una qualsiasi trattazione.

Il dirigibile sembrerebbe un veicolo facile da realizzare ma anche strutturalmente semplice. Un veicolo per il trasporto di persone e cose che si sollevi da una base di appoggio e vi ritorni dopo essersi sollevato e dislocato nell’atmosfera. Il dirigibile, quindi, non è altro che un aerostato, cioè un aeromobile che si sostiene nell’aria ma è munito di un moto- propulsore e di mezzi di direzione. E’ costituito da un involucro che deve essere impermeabile al gas, idrogeno o elio che sia, contenuto all’interno; da una struttura reticolare alla quale sono applicati i pesi trasportati. Ad essa è trasmessa la forza ascensionale. Vi sono poi i piani stabilizzatori e di comando, verticali e orizzontali;  la navicella  di comando collegata all’ossatura dell’aeronave;  le navicelle motrici che contengono il gruppo moto-propulsore; le valvole per la camera del gas poste sul dorso dell’aeronave. Queste ultime permettono le manovre ascensionali ed evitano sollecitazioni di tensione pericolose.

A seconda di come si presenti la struttura dell’involucro i dirigibili si classificano in rigidi, semirigidi e flosci.

Alla classe dei dirigibili rigidi, cioè quelli nei quali l’involucro esterno ha soltanto la funzione di rivestimento, appartengono gli L. Z. 127 Graf Zeppelin e L. Z. 129 Hindeburg .

Alla classe dei semirigidi, cioè quelli nei quali l’involucro esterno assolve funzioni di forza ma i cimenti, carichi, si scaricano su una trave metallica detta di chiglia, cioè una trave lunga quanto il fuso che a prora e a poppa si espandono in una cupola per irrigidire ivi l’involucro. Ad essa appartiene il nostro italiano dirigibile militare N. 1 di 63 metri di lunghezza, diametro di 10 metri e volume di 3000 mc. Aveva due eliche di propulsione e la navicella con l’equipaggio era sospesa con cavi metallici al di sotto della chiglia. Da questo derivarono altri N. 1, bis e ter, che poi dettero luogo alla classe P, categoria piccola dei dirigibili. Vigna di Valle, a Roma, era la base dove avveniva la manutenzione di questi dirigibili.

Si chiamano, invece, dirigibili flosci quelli nei quali manca qualsiasi ossature di irrigidimento e per i quali l’involucro esterno ha anche la funzione di assorbire la forza dei pesi trasportati e la forza ascensionale.

Sullo studio del dirigibile N. 1 e suoi derivati, il pioniere Gaetano Crocco, con il Capitano del Genio Ottavio Ricaldoni e con Umberto Nobile, realizzò il dirigibile M. 1 di cubatura media, 12.000 mc, che era dotato di due motori Fiat che le consentivano di raggiungere una velocità di 55 km/h.  La sua lunghezza era di 83 m.  mentre il diametro misurava 17 m. La navicella, con l’equipaggio, era sospesa con cavi metallici al di sotto della chiglia, come bene si nota dalle belle foto che si allegano.

Fu assegnato prima al regio Esercito e poi alla Regia Marina. I cantieri di manovra furono Verona Boscomantico,  prima, e Venezia Campalto, dopo.

Questi dirigibili ebbero uso prettamente militare. Compirono missioni di ricognizione sia diurne che notturne e furono impiegati in azioni di guerra fino alla fine della stessa. Il suo progetto fu accantonato nel 1920. Non vi furono dispacci postali trasportati da questo dirigibile.

Soltanto qualche rarissima cartolina, che ritrae la cabina superiore per passeggeri, reca al verso il bollo ? * R. Marina * Aeronave M. 1 con data ?, ed è pervenuta fino ai giorni nostri, a mio parere, realizzata ad uso dei collezionisti specializzati.

 

 

  

Ma i dirigibili, soprattutto e solamente i 119 rigidi, realizzati da von Zeppelin, furono utilizzati per uso militare durante la prima guerra mondiale, e, successivamente, per uso civile. Nel corso dei voli civili  trasportarono anche dispacci postali.  Fino al 1933 effettuarono vari voli internazionali e crociere nel Nord America, nell’Oriente e nel Mediterraneo e sorvolarono una sola volta  l’Italia e Roma, ma non vi atterrarono mai e neppure lanciarono dispacci postali.

La corrispondenza postale veniva consegnata direttamente a bordo del dirigibile con la sola affrancatura ordinaria e senza alcun supplemento di posta aerea. Questa corrispondenza, unitamente a quella scritta dai viaggiatori a bordo, veniva posta, vagliata e selezionata, in sacchi che venivano lanciati, nelle località previste, dal capitano dell’aeronave.  Sulla corrispondenza, quasi sempre, veniva apposto il bollo di bordo dell’aeronave. I francobolli non venivano obliterati sull’aeronave ma dall’ufficio postale principale delle città nelle quali avvenivano i lanci.

Dei numerevoli voli, anche per campanilismo, mi piace ricordare il 303°  che il Graf Zeppelin L. Z. 127 , al comando del Capitano Ernst A. Lehmann, effettuò sull’Italia il giorno 29 maggio 1933 e atterrò nella nostra Capitale. Nel corso di questo viaggio straordinario trasportò anche della corrispondenza.

Il viaggio ebbe inizio a Friedrichshafen lo stesso giorno e alle 5 pomeridiane atterrò all’aeroporto di Ciampino. Già parte della corrispondenza venne lanciata nel primo pomeriggio su Livorno ed altrettanta fu consegnata agli uffici postali principali della Capitale, per il recapito, appena vi fu l’atterraggio dell’aeronave. Altri dispacci postali furono trasportati, a Roma,  al dirigibile sul campo di Ciampino. Quest’ultima corrispondenza, che comprendeva anche le tre lettere che mostro, se diretta alla Capitale, fu lasciata cadere, dal Comandante,  in sacchi di corrispondenza , ad una quota di 200 metri, durante il volo  pomeridiano  sulla Capitale.

Il programma del volo prevedeva anche che il dirigibile arrivasse a Napoli e qui lasciasse cadere i sacchi della corrispondenza  destinata alla Città campana.

La notte avanzava e il Comandante  decise di rientrare alla base in Germania. La corrispondenza, indirizzata a Napoli, venne lasciata cadere a Nettuno e, raccolta, fu trasportata a Napoli e timbrata con l’annullo speciale che le Poste avevano creato per l’occasione. Infine la stessa  fu avviata a Pola  per essere restituita al mittente.

Le tre lettere, postate  avanti – retro,  sulle quali furono applicate anche i sei valori della serie emessi per l’occorrenza dalle Poste Italiane, con i bolli applicati, sia al recto che al verso, ci mostrano parte del  tragitto che il dirigibile effettuò sul nostro territorio.

                              

 

Lettera prontamente recapitata

Mostro oggi la seguente Lettera spedita da Napoli il giorno 16 ottobre 1858, sabato, bollo rosso al verso, Partenza da Napoli e data, per Parigi, dove giunse il giorno 20 ottobre 1858, mercoledì. Sulla lettera, affrancata con 35 grana che corrispondeva al porto pagato fino a destinazione, venne apposto, al recto, il bollo ” PD ” in cartella, rosso.

I tre valori, che costituiscono una preziosa affrancatura tricolore, hanno tutti colore rosa lillaceo. Appartengono alla prima tavola e il 5 grana mostra una doppia incisione.

La lettera giunse a Marsiglia il giorno 18, lunedì, con il paquebot Philippe Auguste che dal settembre 1855 fu messo in servizio sulla linea supplementare dei battelli a vapore, detta anche linea diretta d’Italia, che collegava direttamente e regolarmente Marsiglia con Civita Vecchia e Napoli per fare ritorno a Marsiglia. Questa linea non aveva  agenti postali imbarcati e la corrispondenza, all’arrivo a Marsiglia, riceveva, quasi sempre in rosso, al recto, il bollo a due cerchi con data, “ Deux Siciles 1 Marseille 1”. Al verso della lettera fu utilizzato, in rosso, il bollo in cartella rettangolare, con angoli arrotondati,” Paquebots de la Mediterranèe”, poco leggibile.  La missiva fu inviata a Parigi con l’ambulante ferroviario da Lion a Paris il giorno 19 ottobre e il giorno successivo, giovedi 20 , dall’ufficio principale della Capitale francese fu recapitata al destinatario, bolli al verso dove vi è anche il bollino del distributore. La lettera semplice impiegò soltanto 96 ore per arrivare nelle mani del destinatario parigino.

Per completezza della trattazione riporto che il paquebot Phil. Auguste aveva una stazza lorda di 248 tn; la potenza di  180 Cv nominali; lo scafo in ferro e la lunghezza di 54 metri. Fu costruito nei cantieri Benet , a la Ciotat nel 1846. Fu comprato dalla compagnia di navigazioni Bazin Perier nel 1854 e nello stesso anno svolse cinque viaggi, anche di servizio postale, per l’Italia, a partire dall’11 gennaio 1854. Nell’anno di spedizione della lettera in studio, il postale francese fece soltanto due viaggi verso l’Italia.